Il 1° Centenario di Antonio Canova a Possagno – 1922

Raccolta dei Discorsi commemorativi pronunciati dal Cardinale Legato Pontificio, dal Ministro della P.I., dal Senatore C. Ricci, dal Comm. G. Fogolari, da Mons. Costantini e dal Prof. E. Zanette.

Presentazione
Il discorso del Sindaco
Il discorso del Ministro
Il discorso per la riapertura della Gipsoteca Canoviana
Il discorso di Mons. Costantini
Il documento originale in PDF

L’11 Luglio 1919 si compivano cento anni dalla posa della prima pietra del Tempio canoviano di Possagno, ma il periodo di febbrile ricostruzione morale e materiale, che il paese viveva, dopo le molteplici distruzioni e rovine della guerra non consentì allora alcuna solenne commemorazione del fausto avvenimento: la Gipsoteca semidistrutta, affidata all’assidua opera di riparazione del Prof. Serafin, il Tempio ancora deteriorato dagli effetti di proietti nemici, le case per metà riparate ma tutte disadorne e le strettezze della popolazione rendevano la circostanza quanto mai inadatta’a qualsiasi festività eccezionale. Con molta opportunità quindi l’Opera Pia della Dotazione del Tempio, per suggerimento del Rev.mo Arciprete Don Teodoro Agnoletto, stabilì di abbinare la commemorazione centenaria della posa della prima pietra del Tempio con quella della morte di Antonio Canova; sicchè la celebrazione solenne religiosa e civile dei due centenari fu disposta con diligente preparazione per il 1922. Il Consiglio Comunale nella seduta straordinaria del giorno 8 Aprile 1921, su proposta dell’Assessore Sig. Angelo Zanesco, nominava un Comitato per i festeggiamenti canoviani costituito dai Signori Tonin Comm. Romano, Agnoletto Don Alberigo, Dal Canton Dott. Tiziano, Zammattio Cav. Prof. Agostino, Serafin Prof. Stefano, Fantuzzo Dott. Mariano, i quali riunitisi alcuni giorni dopo dietro convocazione del Sindaco Ing. Rossi Francesco nominavano Presidente il Dott. Tiziano Dal Canton, Segretario Don Alberigo Agnoletto e Cassiere.il Sig. Angelo Zanesco e passavano tosto a fissare le linee fondamentali del programma.

Queste furono quanto prima comunicate a tutti i Comuni italiani capoluogo di Provincia e Circondario ed a tutti i comuni della Provincia di Treviso con una apposita circolare. In essa i propositi del Comitato erano compendiati nei seguenti numeri:

1. – completare e riordinare in più ampi locali la raccolta dei Modelli, Bozzetti e Gessi delle sue (di Canova) opere, che nella vecchia Gipsoteca si trovavano piuttosto immagazzinate che esposte all’ammirazione dei visitatori e alla osservazione degli studiosi.

2. – istituire una Biblioteca che raccolga le memorie inedite, gli opuscoli e le Opere che trattano di Lui, per la maggior parte fuori di commercio e divenute assai rare, e curare la pubblicazione di Monografie e Numeri Unici che forniscano agli studiosi il materiale necessario alla compilazione della vita integrale ed alla illustrazione completa delle opere del Grande.

3. – promuovere per il periodo commemorativo Concorsi e Mostre d’Arte.

Moltissimi Comuni mandarono la loro adesione di massima, altri assieme all’adesione la promessa di concorrere alla commemorazione con aiuti finanziari, solo il Comune socialista di Milano presieduto allora dal Dott. Filippetti trovava inopportuno aderire alla glorificazione dell’ultimo grande Artista internazionale, che à dato l’Italia. Il Comitato effettivo passò quindi alla nomina del Comitato Nazionale a cui furono chiamati a far parte le più illustri personalità dell’Arte, i membri del Senato e della Camera dei Deputati, rappresentanti le Provincie di Venezia e di Treviso, i sindaci delle grandi Città italiane e di quei Comuni che ebbero col Canova relazioni di dimora e di affetto. Tutti gli invitati aderirono entusiasticamente manifestando i sensi della più profonda ammirazione verso il sommo Scultore. Stimiamo cosa degna e proficua riportare la bella adesione del Senatore Luigi Luzzatti, che nella sua preziosa vecchiaia giovane di entusiasmi per ogni glorificazione del genio italiano, scriveva :

« non posso rifiutare di associare il mio nome al Comitato sorto per onorare il grandissimo Figlio di Possagno, il Genio ellenico che à condotto le immaginazioni stanche dei deliri e delle sfrenatezze del Barocco ad un’Arte serena come una Dea della Grecia.
Glorificando Lui chè à contribuito ad allargare i confini spirituali della Patria, ritorni l’Arte ad essere una necessità della vità anziché solamente un diletto. »

Nel Dicembre del 1921 il Comitato di fronte al sorgere di difficoltà finanziarie che impedivano l’esecuzione piena dell’ampio e nobilissimo programma consegnava al Sindaco le proprie dimissioni e la Giunta, composta allora per la sopravvenuta crisi comunale dai Signori Geom. Giuseppe Fantuzzo, Sindaco, Avv. Mario Rossi e Sig. Vardanega Giovanni, Assessori, insieme alla Pia Opera della Dotazione del Tempio presieduta dal Cav. Domenico Rossi, assumeva la responsabilità finanziaria del fondi erogati per la solenne commemorazione e l’esecuzione del programma che per le ristrettezze economiche fu ridotto nella seguente maniera :

« 1. Gipsoteca Canoviana : curare un conveniente riordinamento ed una esposizione dei Modelli e delle altre Opere canoviane riparate più rispondente ai criteri d’Arte.

2. – porre a ricordo del Centenario sulla tomba del Grande un tripode di bronzo, che sarà eseguito da uno dei più grandi artisti che vanti ora l’Italia. A tale scopo saranno devolute le offerte che verranno fatte dai Comuni e dalle Provincie d’Italia, a cui si è sentito il dovere di rivolgere un appello, offrendo così all’intera nazione un mezzo degno per onorare il Sommo Scultore.

3. – pubblicare a cura del Comune un’artistica Guida-Album della Gipsoteca ricca di notizie e di fotografie sulle opere ivi raccolte.

4. – coniare una Medaglia commemorativa.

5. – O. P. della Dotazione del Tempio curerà la pubblicazione di Memorie e scritti canoviani.

6. – Sarà fatta una illuminazione architettonica esterna del Tempio per il periodo che va da Luglio ad Ottobre.

7.- Ricorrendo l’11 Luglio p. v. il centenario della posa della prima pietra del Tempio sarà fatta una solenne Funzione. Commemorerà l’avvenimento Mons. Celso Costantini Vescovo di Fiume, Con Cerimonia civile a cui interverranno S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione ed eminenti Personalità artistiche ed Autorità, sarà riaperta al pubblico la Gipsoteca.

8. – il 13 Ottobre, Centenario dalla morte, sarà celebrata solennemente una Messa di Requiem musicata dal vincitore del concorso appositamente bandito fra i Maestri d’Italia. Seguirà la commemorazione civile con discorso di Corrado Ricci. »

Con opportuno pensiero infatti il comitato aveva già precedentemente bandito un concorso per una Messa di Requiem in onore di A. Canova ed invitato per la Commemorazione ufficiale del 13 Ottobre Corrado Ricci, il più insigne cultore d’Arte italiano e per commemorare la Posa della prima pietra del Tempio Mons. Gelso Costantini Vescovo di Gerapoli ed Amministratore Apostolico di Fiume, il più valente e benemerito cultore d’Arte cristiana.

Intanto a Venezia il Comitato della Esposizione internazionale d’Arte, che doveva aprirsi nel Maggio 19292, deliberava una Mostra Canoviana e rivolgeva preghiera al Comune di Possagno affinché concedesse a tale scopo 8 Busti-Ritratto appartenenti alla nostra Gipsoteca; il Comune colle opportune garanzie aderì alla richiesta : si univa così Venezia a Possagno nella commemorazione del Grande Figlio.

Apertasi il 4 Maggio la Biennale con intervento di S. A. R. il Principe Ereditario Umberto di Savoia, il Comune di Possagno invitato |a presenziare alla cerimonia inviava a Venezia per rappresentarlo l’Avv. Mario Rossi. Il giorno 6 Maggio tutti gli Artisti d’ogni parte del mondo, che avevano esposto qualche opera alla Esposizione veneziana,| ed i Rappresentanti della Stampa internazionale si recarono a Possagno per tributare l’omaggio dell’Arte dei Tempi nostri al grande Artista e Maestro dei Tempi passati deponendo sulla sua tomba una bellissima corona di alloro. Giunse anche, nel pomeriggio dello stesso giorno, accolto da tutta la popolazione festante di Possagno e di Cavaso, S. A. R. il Principe Umberto per visitare in forma ufficiale la casa, il Tempio, e la tomba di Canova.

Così coll’intervento dell’Augusto Principe e dell’Arte mondiale venivano si può dire aperte a Possagno le Feste centenarie in onore di Antonio Canova.

Spirato il termine per la presentazione delle Messe la Giuria scelta dal Comitato per giudicare.i concorrenti (in numero di 7) composta dal Maestro Oreste Ravanello di Padova, dal Maestro Delfino Thermignon dell’ Istituto Musicale di Torino e da Mons. Giuseppe Maggio di Verona proclamò vincitrice del concorso la Messa a quattro voci dispari del Maestro Francesco Coradini di Arezzo.

Per interessamento di Corrado Ricci il Comune incaricava dell’esecuzione del Tripode in bronzo da porsi sulla Tomba di Canova il Comm. Ludovico Pogliaghi di Milano e della preparazione della Medaglia commemorativa lo scultore Aurelio Mistruzzi, veneto, che già nel precedente centenario dantesco aveva tanto lusinghieramente assolto l’analogo incarico.

Per dar maggior pubblicità alle Feste Centenarie fu fatto stampare dall’Istituto d’Arti Grafiche di Bergamo un cartello-rèclame riproducente su sfondo nero il Busto Autoritratto di Canova con la scritta: « Comune di Possagno — Commemorazione del primo Centenario di Antomo Canova — 11 Luglio -13 Ottobre 1922. »

Il giorno 23 Marzo l’ « Avvenire d’ Italia » iniziava con un articolo del pubblicista Arrigo Pozzi la commemorazione della Stampa italiana.

L’ O. P. della Dotazione del Tempio bandiva sulle colonne del periodico « Pro Familia » di Milano un concorso per un inno commemorativo da musicarsi che celebrasse la Posa della prima pietra del Tempio Canoviano; fra 13 concorrenti fu scelto da una giurìa composta di Professori del Seminario di Treviso quello del Sac. Don Vincenzo Gualdi di Bastida Pancarana (Pavia), che venne poi musicato dal Maestro Giovanni Pagnin, organista e direttore della Banda Canoviana di Possagno; fu pure musicata la composizione del Segretario Innocente Bellino di Possagno dal cieco Maestro Gian Domenico Faccin di Caonada; fu curata la divulgazione del libro di A. Nani « Canova ed il suo Tempio di Possagno ».

La medesima O. P. affidò al Sac. Don Alberigo Agnoletto la pubblicazione di un lavoro su « A. C. e l’Arte Cristiana », che uscì accurato e completo in elegante edizione della Casa Alfieri & Lacroix di Milano.

Fu pubblicata pure una piccola guida popolare del Tempio redatta dall’Arciprete Don T. Agnoletto, un opuscolo di poesie inneggianti alla Casa, al Tempio ed alla Tomba di Canova e numerose edizioni speciali di cartoline riproducenti l’autoritratto ed altre sue opere.

Per l’11 Luglio, anniversario della posa della prima pietra del Tempio, fu fissato di riaprire al pubblico la Gipsoteca dove la migliore e più ampia disposizione delle opere rimaste e di quelle riparate dal Prof. Stefano Serafin e dal figlio Siro dà al visitatore che vi éntri per la prima volta l’ impressione che nulla sia stato toccato e che sempre la pace olimpica abbia regnato fra quei bianchi eroi e quelle dolci divinità. Le opere non ancora riparate od irreparabilmente distrutte dalla guerra furono accolte nell’ex scuderia di Casa Canova trasformata in un ampio e ben illuminato locale a cui fu praticato un accesso dalla prima saletta della Gipsoteca; già ampliata quasi del doppio, in questa, vennero disposti con più sani criteri d’Arte i Busti più interessanti ed i Bozzetti rimasti. Per la riapertura dell’ importantissima raccolta fu invitato il Ministro della Pubblica Istruzione. La commemorazione di Luglio veniva così ad acquistare con l’aggiunta della cerimonia civile maggiore importanza, e da parte dell’ O. P. si dispose con ogni cura perché anche i due giorni precedenti il Martedì 11 Luglio fossero festeggiati religiosamente colla massima solennità.

Si invitarono a tale scopo per la Domenica e per presiedere alla Commemorazione religiosa di tutti i giorni il Vescovo di- Treviso e per il Lunedì il Vescovo di Ceneda; le feste centenarie quindi predisposte con ogni cura per la parte religiosa dal Rev.mo Arciprete e per la parte civile dalla Giunta Comunale coadiuvata dal Consigliere Sig. Urbano Sartori cominciarono realmente il sabato 8 Luglio sera colla venuta ed il ricevimento del Vescovo di Treviso, La piazza di fronte alla Casa di Canova, tutto lo stradone e l’ampio piazzale erano pavesati di festoni, bandiere e pennoni tricolori; accolto dalla popolazione di Possagno, dalle Associazioni e dai fanciulli delle Scuole Mons. Andrea Giaciuto Longhin giunse alle 6 di sera accompagnato da Moris. Prevedello, Decano del Capitolo di Treviso e da Mons. Gallina, Provicario Generale e fu ricevuto dal Sindaco, dall’Arciprete e dalle Autorità comunali nella Sala dei Quadri per un rinfresco ; si formò quindì il corteo per lo Stradone fino al Tempio, dove fu esposto il S.S. e cantato dalla Schola cantorum di Possagno il « Veni creator Spiritus ».
Terminata la funzione religiosa all’uscita dal Tempio tutti i fanciulli delle Scuole ed i cantori eseguirono l’inno commemorativo del Gualdi musicato dal Maestro Pagnin.

Il mattino seguente alle ore 9 S. E. Mons. Longhin tenne nel Tempio il solenne Pontificale durante il quale fu eseguita pure dalla Scuola cantorun di Possagno una Messa del Polledri, indi S. E. dal pulpito pronunciò un elevato discorso esaltando l’alto concetto teologico ed artistico che aveva suggerito ad A. C. di elevare un si magnifico Tempio a Dio Uno e Trino.

Dopo il Pontificale nel cortile del Collegio Canova pavesato a festa fu tenuta coll’intervento di Mons. Vescovo l’accademia finale dell’anno scolastico. Seguirono nel pomeriggio i Vesperi pontificali.

Il giorno seguente era riservato ad una solenne glorificazione Eucaristica per onorare nel miglior modo, che fosse consentito, il Divino Ospite e Padrone del sontuoso Tempio canoviano. Alle ore 9 del mattino giunse il Vescovo di Ceneda Mons. Eugenio Beccegato e tenne Pontificale nel Tempio pronunciando alla fine un commosso discorso. La funzione fu accompagnata col canto a voce di popolo della « Messa de Angelis » e di Motetti ed inni gregoriani.

Alle ore 15 del pomeriggio giunse in automobile da Pederobba Mons. Celso Costantini ed accolto dagli Ecc.mi Vescovi di Treviso e di Ceneda, dall’Arciprete e dalla Giunta Comunale scese in Canonica tra la folla assiepata nel piazzale mentre la Banda Canoviana riempiva del suo suono la valle.

Alle 16 nel Tempio si tenne la solennissima funzione eucaristica pontificata da Mons. Costantini durante la quale Mons. Beccegato pronunciò vibranti parole di fede e di amore e poi sotto una festa di sole, di fiori, di tappetti e di festoni e di canti uscì la stupenda Processione col S.S. cui accresceva solennità la presenza dei tre Vescovi, lo sfarzo dei sacri paramenti, il suono composto ed armonioso della Banda Canoviana ed una larga rappresentanza del clero dei paesi limitrofi.

Giungeva intanto l’alba dell’11 Luglio e Possagno si svegliava al suono della Banda, che percorse in quel mattino il paese tutto imbandierato e si fermò poi a svolgere uno scelto concerto nella piazza del Municipio. Al Tempio fin dalle 5 si susseguirono le Messe prelatizie celebrate dagli Ecc.mi Vescovi e dai Canonici. Alle ore 8 si sostituì alla Banda di Possagno quella di Crespano, gentilmente offerta da quel Comune, e diretta dal Sig. Robertino Andolfato svolse essa pure con accuratezza un vario programma mentre la folla e le Autorità si addensavano davanti al Municipio e la casa di Canova attendendo l’arrivo del Ministro della Pubblica Istruzione On. Antonio Anile. Alle ore 9 precise il Ministro arrivò in automobile accompagnato dal Prefetto di Treviso Grande Ufficiale Dott. Gio. Battista Massara e lo ricevettero il Sindaco, la Giunta ed il Consiglio Comunale al completo mentre la anda suonava tra i battimani del pubblico la Marcia Reale. Nella Sala dei Quadri venne servito un sontuoso rinfresco a cui parteciparono il Ministro Anile, Mons. Costantini, Mons. Longhin, Mons. Beccegato, il Prefetto ed il Questore di Treviso, gli On. Corazzin e Chiggiato, l’On. Conte Orsi per il Sindaco di Venezia, il Comm. Max Ongaro sovraintendente ai Monumenti del Veneto, il Comm. Bazzoni, per la Presidenza della Esposizione Biennale di Venezia, il Comm. Saccardo presidente della Deputazione provinciale di Venezia, con i Deputati provinciali Anzil, Bon e Prosdocimi, Giuseppe Corazzin presidente del Consiglio provinciale di Treviso ed il Comm. Bartolomeo Rossi presidente della Deputazione provinciale, col deputato Gastaldis, la Contessa Acquaderni presidentessa dell’Associazione Madri e Vedove dei Caduti d’Italia, il Sindaco di Treviso Comm. Levacher, il generale Malladra, comandante la Divisione Alpini di Treviso in rappresentanza dell’ Esercito, il Comm. Achille Serena Sindaco di Asolo, il presidente della Cassa di Risparmio di Venezia con i consiglieri Bullo, Duse e Bastianetto, il Rettore Magnifico dell’ Università di Padova Prof. Lucatello col Prof. Cevelotto, il Comm. Baruffi e l’ Ing. Redriguez per il Commissariato delle T.T. L.L., il Cav. Uff. Goletti sovraintendente ai monumenti della Provincia, erano inoltre rappresentati tutti i Comuni dell’Asolano ed i Capoluoghi di mandamento della Provincia e moltissimi Istituti ed Associazioni.

Le Autorità salirono poi sul poggiolo del Municipio, che prospetta sulla Piazza dove si trovava la folla, ed ivi il Sindaco di Possagno Sig. Giuseppe Fantuzzo pronunciò il seguente discorso :

DISCORSO DEL SINDACO

Eccellenza, Signori! Quando nel Novembre 1917 il paese esulò forzatamente sotto il fuoco nemico per siti più ospitali, nel cuore di noi possagnesi, più che la preoccupazione della nostra casa gravava il pensiero del Tempio e della Gipsoteca ed a colui che con il cuore sanguinante tornava da una visita alla terra natia, laggiù tra le nebbie della piana, al riparo dai tiri, tra lo squallore dell’esilio, tutti i profughi possagnesi con l’ansia più viva non domandavano della casa, domandavano del loro Tempio, domandavano della loro Gipsoteca.

Quando al ritorno in una fredda mattina del Febbraio d’armistizio videro delinearsi la maestosa chiesa Canoviana esultarono di gioia e sparsero lacrime di affettuosa consolazione.

A Canova infatti noi tributiamo oltre il senso comune di ammirazione che gli viene da ogni mente colta ed amante del bello, tutto l’affetto riconoscente di cui è capace il nostro cuore verso la Sua buona e grande anima di Genio, di Compatriotta, di Benefattore.

Associato al Suo nome quello della luminosa nostra terra natia varca i confini della regione, della patria e fa sussultare di santo orgoglio il possagnese, che emigrato nelle lontane regioni, si sente ricordare il Suo grande Concittadino.

Sicché sommamente cara ci è per un profondo senso di orgogliosa gratitudine tutta la vasta orma del suo genio e del suo cuore, che fa anche oggi di Possagno un paese ammirato ed invidiato, dove l’Arte ancora regna ed insegna sovrana.

Noi custodiamo quale preziosa eredità il Suo corpo, il Suo Tempio, la Sua Gipsoteca. Noi abbiamo racchiuso con gelosa cura le crete dove il genio dello statuario, sull’informe materia, segnava l’astratta concezione dell’Arte.

La casa di Canova e la numerosa raccolta dei suoi modelli stanno per essere riaperte al pubblico. A Voi, Eccellenza, è stato riserbato l’onore di varcarne per primo la soglia.

Che vi dirò del lungo e faticoso lavoro di ricostruzione compiuto per rimetterle per quanto era possibile nel pristino stato? Non vi parlo dei gessi rotti, delle statue mutilate: qualcuna di esse si trova ancora nella condizione in cui la ridusse la guerra, da quella giudicherete quanto fu fatto.

Mi è grato ricordare sopratutto, come benemeriti di questa ricostruzione, il Prof. Serafin con il figlio Siro; concorse efficacemente alla nostra opera il Ministero delle Terre Liberate, ci aiutarono concedendo dei calchi Venezia, Asolo e Bassano.

Molto rimane ancora da fare: Paolina stroncata, le Grazie mutilate, Ebe, le danzatrici, le Veneri distrutte; ma molti aiuti speriamo ancora non solo di mezzi, ma sopratutto di interessamenti e di autorizzazioni e l’ intervento Vostro, Eccellenza, alla nostra festa, ci dà affidamento che tutto quanto il Governo potrà fare in omaggio al nostro Grande, lo farà.

Con questa certezza nell’anima, nell’esultanza di vedervi qui, sentiamo che l’ Italia tutta è con noi associata per rendere omaggio ad uno del suoi figli più grandi e benemeriti, per tributare al genio retaggio di nostra stirpe, il suo massimo culto.

Dopo le brevi -parole del Sindaco prese a parlare il Ministro Anile:

DISCORSO DEL MINISTRO

Signori. Questa cittadina rivive oggi i suoi giorni migliori. Altra volta questa medesima popolazione usava raccogliersi attorno al suo glorioso figliuolo ritornante dai trionfi alla sua terra in un impeto di gioia devota, onde il Giordani potè scrivere : « Tutti a Possagno lo festeggiavano come alcuni popoli fanno al sole ».

Oggi a distanza di oltre un secolo quella gioia fatta di orgoglio e di devozione si rinnova attorno a questo sacro altare dell’arte, a questa Gipsoteca che raccoglie i modelli della magna parte delle opere del Canova e vibra in voi e per voi la medesima anima popolare dalla quale germogliò la sua.

Giacchè è bene tener questo presente : Che Antonio Canova è figlio del popolo di. questa terra e che operai e squadratori di pietre furono i suoi parenti. Da questa umile origine, che egli non dimenticò mai anche quando principi e monarchi facevano a gara per onorare il suo Genio egli trasse quelle qualità d’ intelletto e di cuore che lo mantennero modesto nella più alta gloria e soccorrevole sempre ai bisogni altrui e lo resero uomo ed artista grande in pari grado.

Questa festa di oggi dunque è tutta vostra, è di tutto il mondo civile giacchè laddove una virtù popolare trova modo attraverso parecchie generazioni di raccogliersi e di manifestarsi in una piena espressione d’arte, il mondo intero vi ci si ritrova.

I fastigi dell’Arte e della scienza non si raggiungono per altre vie. Il Partenone nacque dall’arte di tutto un popolo ed il senso della misura armonica fu di Fidia, giacchè era già conquista della gente ellenica. Mai come nel secolo Pericleo fu così larga questa partecipazione della gente umile alle grandi cose.

In questo senso Canova, che non mise mai alcuna costrizione alle tendenze della sua anima e diede libero corso alle sue facoltà intuitive, fu veramente classico.

L’epoca nella quale egli nacque era di pervertimento dello stile barocco nella esasperazione dell’enfasi, nell’abuso della policromia, nella teatralità degli atteggiamenti.

Come reagire a questa decadenza della grande arte berniniana, se non ritornando al senso della misura ed alla euritmia classica della forma?

Arte classica che nel suo intero sviluppo comprende forme di libertà invidiabile alla più sfrenata arte romanica. Non è certo facile nello slancio di alcuni disegni su vasi etruschi e nella eleganza delle figurine di Tanagra ritrovare quella rigidità di linee, che si suol dire caratteristica dell’arte classica.

Antonio Canova come artista sincerissimo, come infaticabile creatore di forme non sopporta categorie: egli si ispira al mito antico, ma anche alla realtà che lo circonda : i suoi gruppi mitologici si alternano con ritratti di artieri di questa sua terra e negli uni e negli altri è sempre mirabile il senso della forma e la soavità delle linee.

I critici dell’arte che lo accusarono di freddezza classica, si ingannarono. Oggi la critica moderna ha fatto giustizia di questo erroneo giudizio ed il Canova apparve quale veramente è: il più grande artista, che prolunga e conclude in sè il mirabile settecento veneziano.

Dal gruppo di Dedalo ed Icaro, in cui par di sentire ancora un’eco degli ideali barocchi addolcito da una nuova compostezza di linee e da una inusitata carezza espressiva, al bassorilievo della uccisione di Priamo, nei cui personaggi è un accento schiettamente donatelliniano, tanto che Ecuba sembra la Madre divina svenuta ai piedi della croce; dal più classico dei suoi gruppi, quello di Amore e Psiche, in cui tuttavia la figura della protagonista non ha riscontri nella scultura antica e colle sue membra sottili ed allungate pare piuttosto ispirata dalle opere giovanili del Bernini, all’altro gruppo di Adone e Venere eseguito nel medesimo periodo con la stessa dolcezza di linee, con lo stesso molle atteggiamento di braccia, con la stessa tenerezza: amorosa; dalle prime alle ultime opere è sempre in Canova questa facoltà di far rifiorire le virtù creative del più puro spirito italico, questo delicatissimo senso della grazia veneziana che traduce nel suo elegante acuto la favola e la stessa forma greca.

Oggi voi onorando Canova, richiamate la nostra Patria alla sua grandezza più pura, al suo titolo immortale di gloria. Per un momento irruppe su questa vostra terra l’ira di un popolo nemico, a cui neanche l’arte fu sacra.

Voi non vi piegaste, perché sapevate di vincere. Eccovi nella vittoria raggiunta, intenti oggi a mostrare al mondo la vostra forza indefettibile, il vostro Nume tutelare. che largì agli uomini di tutte le Nazioni tante rivelazioni di bellezza.

L’unità d’Italia che Canova sollecitava a Napoleone, è ormai compiuta e noi dobbiamo, onorando i nostri grandi, portarla alla massima altezza morale e mostrarci in tal modo degni di loro.

Seguì poi il discorso ufficiale per la riapertura della Gipsoteca detto dal Comm. Gino Fogolari sovraintendente alle R. Gallerie di Venezia :

LA GIPSOTECA CANOVIANA DI POSSAGNO

Noi possiamo illuderci ancora di essere qui nello studio romano di Canova.

Dove i suoi frammenti adunati di antiche sculture ornano ancora le mura, al canto di San Giacomo e di via della Frezza, contiguo alla sua abitazione modesta, presso il Tevere che gli portava i candidi blocchi dei marmi apuani, lo studio famoso si apriva facile ai visitatori, ampio, luminoso sotto il sole di Roma. Come Tiziano, Canova che non usciva quasi mai, re del suo regno, lasciava non curante che i grandi, i ricchi, i potenti, battessero alla sua porta ed entrassero liberi ad ammirare. Nel suo camiciotto di fatica, Canova, senza distrarsi atterdeva all’opera e dal marmo scolpito a forza, trapanato arditamente, levigato con infinita pazienza, traeva lumi sempre più morbidi e dolci ehe davano il senso di luminose carezze. L’ampia fronte si spianava e ridevaro gli occhi chiari nella robusta faccia romanamente glabra, se il visitatore era l’amico fedele, era il nostro Cicognara, o il Giordani, o lo Stendhal, o il poeta « occhi incavati intenti » e con loro le donne più gentili e più belle che traevan estasiate all’evocatore del castissimo amore ignudo, al plasmatore delle più ideali nudità.

Contesi, con la più viva e spesso amorevole insistenza, dal potere dell’oro, gran parte dei marmi usciti dalle mani infaticabili, erano andati lontano per l’ampio mondo, a diffondere il suo nome e la nuova gloria d’Italia nel dominio universale dell’arte; ma di ciascuno restava in quello studio, a suo ricordo, il modello tratto dalla umida creta, sempre modellata e perfezionata, anche per i colossi, dal sapiente fervore del suo pollice forte.

Da calco del Dedalo ed Icaro veneziano, dalle figure enormi delle tombe papali, dalla Psiche fanciulla, sola e cinta di malinconia o con poggiato alla spalla il soavissimo Amore, dall’Ebe volante, alle Danzatrici, alla Venere italica, alla furia di Ercole, alle violenza dei Lottatori, al dominio sovrano del Perseo, a Napoleone eroico, al classico cavallo, alla bellezza disvelata e divinizzata di Paolina Borghese, alle Najadi e alle Ninfe, tutte le cento e cento creazioni di bellezza, erano ivi presenti e ogni gesso ritoccato, pulito e pattinato amorevolmente da lui, non disdiceva al ricordo del marmo luminoso.

Le piccole crete informi, in alto su gli scaffali, serbavano di ogni figura e gruppo o monumento, l’impeto sacro della prima idea; e serbavano le idee rimaste a quel primo impeto, a fecondar le nuove fantasie, e con loro i modelli di grandezza sempre maggiore che lo studio di ogni opera avevano perfetto.

Quivi, riposti, anche i disegni delle diuturne fatiche mattutine, che ad ogni aurora lo avevano tenuto, quasi in preghiera, fermo davanti al modello vivo a penetrare, prima di darsi alle gioie della fantasia o di stringersi alla disciplina dello stile, il mistero della creazione divina imperfetta ma viva.

L’opera giornaliera, non mai intermessa, di più di quattro decenni, segnata dai punti luminosi, che il profano sol vedeva, ma che egli sentiva in tutti i passi faticosi e gloriosi del continuo salire, stava ivi, dietro l’opera nuova, ad incitarlo al nuovo portento cui sempre agognava e credeva. E Canova era solo, chè sgrossatori, aiuti, ripetitori delle sue opere lavoravano a parte, egli come Tiziano, come Michelangelo, era solo, chè nulla poteva essere tra lui e l’opera nuova.

Or cotesto tesoro dello studio romano, per provvidenza di fortuna più forse che per amor degli uomini, era venuto qui quasi intatto — sia pur che qualche parte ne abbia avuta Bassano — qui tra i vecchi colli nella pace del suo paese natìo presso la sua casa e il suo giardino cinto di rose dove egli, ancor oggi, si può dir che viva.

Nè l’immenso disastro della guerra, lo ha potuto distruggere, chè se noi ne sappiamo le ferite, voi ancora, signori, lo vedete qui accolto ordinato e lucente.

Bene operarono i Signori di Possagno, accelerando con tutte le forze del loro fervore, devoto al compito grande, la ricostruzione e ricomposizione di questo sacrario dell’arte, coi mezzi che, provvido davanti alla sventura eroica, diede lo Stato, perchè oggi 11 luglio potesse essere inaugurato da Voi Eccellenza, Ministro della Pubblica Istruzione d’Italia. Quando fra tre mesi, il 13 ottobre, ci porterà la data secolare della dipartita dell’anima grande per la sua sede ideale, egli, per Voi Fccellenza, sarà anzitutto Romano; perchè se anche egli non ci avesse dato la gloria dei tre monumenti papali, se Roma egli non avesse arricchita di opere eccelse e ai Musei vaticani, e alla Borghese, e il suo Ercole e Lica non stesse opera prima dell’arte moderna a Villa Giulia, se da Roma egli non avesse diffusa per il mondo la gloria d’Italia, se non avesse colmato di benefici l’Accademia di San Luca, basterebbe l’opera sua meravigliosa nella depressione e nell’inerzia dei tempi, di aver da solo ricuperato a Roma dallo straniero i capolavori, e basti dire l’Apollo del Belvedere e la Trasfigurazione per renderne doverosa la glorificazione romana.

Oggi egli è invece tutto di Possagno a ricordo di quell’11 luglio del 1819, la festa più cara al suo cuore, in cui su questo colle, tra i compaesani festanti (e stavano intorno e davano fiori le belle fanciulle, le figlie e le nipoti dei suoi primi modelli) poneva la prima pietra del Tempio che unico nella solenne architettura greco-romana, innalzata e aggrandita come conveniva allo sfondo della montagna, sorprende ancor oggi l’ignaro visitatore di queste contrade.

Permettete perciò che oggi celebri Antonio Canova, quale fu anzitutto intimamente nostro possagnese, e dell’arte gloriosa di Venezia.

Sono cotesti nella terra buona tra Rialto e le fontane del Brenta e di Piave, i campi, i giardini, delizia di Venezia; sono qui gli incanti della Marca amorosa e gioiosa di Treviso, che sapeva le canzoni dei trovadori; qui sotto sulla prima e più dolce ondulazione, che fa così ampia ghirlanda al piano immenso e porta su e su alla montagna, Giorgione da Castelfranco L’opera giornaliera, non mai intermessa, di più di quattro decenni, segnata dai punti luminosi, che il profano sol vedeva, ma che egli sentiva in tutti i passi faticosi e gloriosi del continuo salire, stava ivi, dietro l’opera nuova, ad incitarlo al nuovo portento cui sempre agognava e credeva. E Canova era solo, chè sgrossatori, aiuti, ripetitori delle sue opere lavoravano a parte, egli come Tiziano, come Michelangelo, era solo, chè nulla poteva essere tra lui e l’opera nuova.

Or cotesto tesoro dello studio romano, per provvidenza di fortuna più forse che per amor degli uomini, era venuto qui quasi intatto — sia pur che qualche parte ne abbia avuta Bassano — qui tra i vecchi colli nella pace del suo paese natìo presso la sua casa e il suo giardino cinto di rose dove egli, ancor oggi, si può dir che viva.

Nè l’immenso disastro della guerra, lo ha potuto distruggere, chè se noi ne sappiamo le ferite, voi ancora, signori, lo vedete qui accolto ordinato e lucente.

Bene operarono i Signori di Possagno, accelerando con tutte le forze del loro fervore, devoto al compito grande, la ricostruzione e ricomposizione di questo sacrario dell’arte, coi mezzi che, provvido davanti alla sventura eroica, diede lo Stato, perchè oggi 11 luglio potesse essere inaugurato da Voi Eccellenza, Ministro della Pubblica Istruzione d’Italia. Quando fra tre mesi, il 13 ottobre, ci porterà la data secolare della dipartita dell’anima grande per la sua sede ideale, egli, per Voi Fccellenza, sarà anzitutto Romano; perchè se anche egli non ci avesse dato la gloria dei tre monumenti papali, se Roma egli non avesse arricchita di opere eccelse e ai Musei vaticani, e alla Borghese, e il suo Ercole e Lica non stesse opera prima dell’arte moderna a Villa Giulia, se da Roma egli non avesse diffusa per il mondo la gloria d’Italia, se non avesse colmato di benefici l’Accademia di San Luca, basterebbe l’opera sua meravigliosa nella depressione e nell’inerzia dei tempi, di aver da solo ricuperato a Roma dallo straniero i capolavori, e basti dire l’Apollo del Belvedere e la Trasfigurazione per renderne doverosa la glorificazione romana.

Oggi egli è invece tutto di Possagno a ricordo di quell’11 luglio del 1819, la festa più cara al suo cuore, in cui su questo colle, tra i compaesani festanti (e stavano intorno e davano fiori le belle fanciulle, le figlie e le nipoti dei suoi primi modelli) poneva la prima pietra del Tempio che unico nella solenne architettura greco-romana, innalzata e aggrandita come conveniva allo sfondo della montagna, sorprende ancor oggi l’ignaro visitatore di queste contrade.

Permettete perciò che oggi celebri Antonio Canova, quale fu anzitutto intimamente nostro possagnese, e dell’arte gloriosa di Venezia.

Sono cotesti nella terra buona tra Rialto e le fontane del Brenta e di Piave, i campi, i giardini, delizia di Venezia; sono qui gli incanti della Marca amorosa e gioiosa di Treviso, che sapeva le canzoni dei trovadori qui sotto sulla prima e più dolce ondulazione, che fa così ampia ghirlanda al piano immenso e porta su e su alla montagna, Giorgione da Castelfranco creò nella evocazione della più fresca natura, tra le delizie del canti e delle musiche, l’arte dei suoi Concerti, la più finramente umana e nobilmente amorosa che sia stata mai; mentre con voce possente dal suo Piave scendea Tiziano e ‘rispondea Treviso cara già a Lorenzo Lotto con Paris Bordone, e più ad oriente, a Cima da Conegliano seguia vigoroso e maschio il Pordenone, e qui verso occidente Bassano dava i suoi pittori, cui eran grate le greggie e i semplici pastori. Più in là Vicenza signorile, classica sempre col Trissino e col Palladio e, sin nell’ultimo settecento con l’architetto palladiano coetaneo di Canova, il Calderari. Chi disse che dalla Francia doveva venir a Canova, la classica castigatezza dello stile, detto poi dell’Impero, se qui Palladio era da per tutto, in ogni nuovo tempio, in ogni villa, e classicità moderna più fine e più serena non si vide mai? Saliva dal Brenta, saliva dal Terraglio per Treviso, ininterotta su questi colli la corona delle ville sontuose dei signori veneziani, cui le ricchezze e i travagli del mare, più che ad altri mai, hanno dato l’amore per la tranquillità agreste della villa. E giardini e fontane e tempietti circondavano i palagi, e da per tutto vivean le statue e i bei vasi scolpiti nella pietra di Vicenza, nella pietra di ogni più propinqua cava, e il lavoro era continuo, chè dove i signori avean finito d’adornare la casa, il popolo col loro ausiglio ornava le sue chiese.

Figlio di uno di cotesti tagliatori di pietra, Antonio Canova, apprese bimbo di pochi anni a maneggiar la mazzuola dal nonno Pasino, già proprietario e lavoratore insieme delle sue cave qui presso. Ed era il vecchio, non per dottrina ma per tradizione, e scultore e architetto e aveva sui disegni del Massari, l’arlista più geniale per delicate linee sinuose del nostro settecento, aiutata la costruzione della villa qui sotto Asolo ai Murazzi dei Falier, i protettori del genio fanciullo che celebriamo.

Ma poichè Pasino, aveva appresa l’arte dai suoi, ed era arte del paese e della famiglia, possiamo veder nei suoi antenati gli artisti che eressero ad Asolo la villa quattrocentesca della Regina di Cipro, e quelli che prepararono i giardini e gli ambienti palladiani per le allegorie fulgenti di Paolo a Maser, e al Vittoria le grotte per le sue cariatidi, e qui sotto sul Piave le delizie della villa Soderini a Nervesa, annientata dalla guerra, per i trionfi del Tiepolo, e più tardi la Cà Rezzonico la grande reggia di Bassano. È un continuo crescere di grandiosa monumentalità, anche quando i tempi e le finanze della Serenissima precipitano, in cotesto signorile bisogno di allietar la casa e la villa dei più dolci sogni dell’arte.

Si ricorda Giuseppe Torretto come il primo maesto, che la benevolenza dei patrizi Falier, concesse al giovanetto Canova, il Torretto che oltre che per i giardini della villa dei Predazzi, avea scolpiti statue e gruppi di ridenti mitologie, per quelli delle delizie campestri dei Soderini a Nervesa; ma perchè non ricordare i maestri maggiori dei quali parlava tutta la contrada? Orazio Marinali di Bassano, delicatissimo e portentoso nel traforare e levignare i marmi, al principio del settecento, nel giardino dei nobili Cornaro a Castefranco,- detto il Paradiso, aveva creato portenti di graziosa mitologia cantata in versi dal Bettinelli, e Giovanni Marchiori, sceso dall’Agordino recando ‘a Venezia tutta la sapienza mirabile degli scultori in legno, che precorre il Canova anche nella semplicità monumentale delle figure e dei panneggi, aveva studio a Treviso e per i giardini dell’Algarotti aveva scolpiti gli Dei d’Olimpo, e per il suo protettore il Marchese Sugana il Giudizio di Paride.

Tutta la bella tradizione, e non parlo degli scuttori veneziani, del Gai, del Morlaiter dei Bonaza, era presente ai nobilissimi Falier e col giovanetto Canova, quando a dar saggio dei primi studi veneziani sceglievano a soggetto Euridice e Orfeo, e aveano nel cuore la dolcezza della musica « che farò senza Euridice che farò senza il mio bene ». Fu già notato come nel primo delizioso nudo dell’Euridice, oggi ai Pradazzi, che con mano tremante qui in Possagno il giovinetto portentoso, a.eva plasmato, avendo avanti la bella e caste giovanetta ignuda, si scorga più ancora dell’esempio dei nostri scultori, quello dei deliziosi pittori veneziani, non del Tiepolo solo, ma del Pittoni e dell’Arrigoni, che precorsero se non superarono le delizie di un Watteau, Boucher e di un Fragonard. A Venezia, regina dell’arte, se nella Galleria mirabile delle statue antiche in riuscitissimi calchi che la liberalità dei Farsetti, apriva a tutti i giovani nel loro palazzo, dando la creta ai modellatori, poteva il Canova già formarsi un’idea della bellezza antica; ben maggiore insegnamento gli dava la scuola del nudo all’Accademia, sorta dal fervore di studi suscitato a dar solidità luminosa ai corpi vivi, da Giam Battista Piazzetta, che ai giovani aveva lasciato il libro delle sue liberissime vigorose accademie.

Era venuto di.qui anche il Piazzetta a Venezia, di qui dalla contigua Pederobba insieme col padre Giovanni Piazzetta, scultore in legno dei primi e della sua giovanile educazione di statuario aveva tratta vigoria unica nelle ombre plastiche delle sue pitture.

Così il genio giovanetto nell’ambiente. suo più favorevole, nella tradizione dell’arte nostra locale, fatta di verità e di grazia, dopo la timida bellezza prima celebrata dell’Orfeo, esposto trionfalmente in Piazza per la Fiera della Senza, sale rapido ad esprimere il suo genio nell’opera perfetta, che s°mpre sarà ammirata senza riserve, il Dedalo e Icaro. Ancora il desiderio dei signori veneziani lo incita, e, ancora secondo le tradizioni dell’arte nostra gli è dato un compito decorativo, quello di far vivere in fondo all’androne di Palazzo Pisani sul Canal Grade, la nicchia tra le due porte acute. Di due soggetti ovidiani la Morte di Procri e Dedalo Icaro, entrambi mossi da un desiderio di volo sceglie il Canova il più semplice e lo addotta, innovando e creando, al suo genio, cogliendo il momento più bello e del più espressivo contrasto, tra la. prudenza del vecchio artefice, e sono le sue carni e la sua faccia di bellezza tutta naturale e viva, meticoloso nell’adattare il portento della sua sagacia e il fanciullo che ride già pregustando la gioia e l’ardimento sconfinato del volo.

E tutto è tratto dalla natura, tutto vien dall’anima che crea che non ricorda, come sarà, poi in molte delle opere romane, il capolavoro antico; ma se l’idea è del genio quella sobrietà, quella bellezza pittoresca del gruppo, quella grazia, quella sapienza di contrasto, viene al giovane dalla tradizione forse più ancora dalla pittura che dalla scoltura settecentesca nei prediletti contrasti fra gioventù e vecchiaia, come in Giacobbe e Jsacco, e vi è un senso pittoresco nel gruppo famoso, un senso di luci e d’ombre, che è in tutto veneziano.

Il plauso popolare e la lode incondizionata degli artisti che accolgono il giovane poco più che ventenne tra gli accademici veneziani, e la predizione di vittoria e di gloria che subito tra noi lo circonda, dimostrano quanto innovando pur il genio fosse nella tradizione, si che vince senza battaglia, si che corona anzichè violentare le aspirazioni di un secolo glorioso come il nostro settecento.

Se all’opera eccelsa aggiungiamo la sapienza del ritratto che in alcune sue opere prime, or rimesse in onore, già si palesa con intuito immediato e con franchezza che non esclude una minuta arguzia quasi provinciale, già abbiamo, prima che egli parta per Roma, tutti gli elementi del suo divenire.

E astraendo dagli insegnamenti romani che già, quando minore era in noi la comprensione dell’alto suo stile, ci parvero aver depresso anziché favorito così sana spontanea e geniale natura di artista, in tutta la sua opera vedemmo e salutammo con gioia emergere sopra le figure, volute e ricercate per consonanza coi modelli antichi, quelle di tutta potenza pittorica veneziana.

Così, come si inginocchiano i nostri Dogi davanti le visioni celesti nei dipinti di Tiziano e del Tintoretto, vedemmo, mirabile di verità, sopra ogni altra creazione, inginocchiato Papa Rezzonico sul suo sepolcro, che mormora e par muova le labbra. e le gote obese alla preghiera. Sulla carne grave sull’oppressione terrena lo spirito vince e si leva al cielo.

I suoi leoni i più possenti e solidi di quanti furon mai scolpiti, ci parvero coronare la lunghizzima tradizione veneziana e nel povero cieco che sale al sepolcro viennese di Maria Cristina, e la prima idea di quella piramide era per il progettato monumento a Tiziano, vedemmo una figura degna del Cadorino. Egli si tiene, il braccio proteso, alla giovane pietosa e la precede, bella sopra ogni altra, la portatrice di ceneri, e gli sta dietro appena intravvista quella fanciuletta smunta e patita: gruppo mirabile di composizione degno dei pittori nostri cinquecenteschi.

E Giorgione e Tiziano ci sorrisero nei gruppi amorosi come in cotesta terracotta prezioso gioiello di questa Gipscteca perchè mai non fu eseguito o calcato, di Venere che incorona Adone, gruppo fatto più fine ma forse meno spontaneo e persuasivo nel celebrimo intreccio di Amore e Psiche. Non dirò dei ritratti mirabili sempre se cavati dal vero; ma solo che se arte veneziana e dominio della pittura su tutto, e questo è il carattere precipuo della nostra scultura veneziana, nel dominio nostro vien l’Elbe volante che rapida e leggera par sorella delle ore volanti di Guido Reni, e le Danzatrici e quella sopra le altre incomparabile, cara a Giuseppina, cinta le chiome della ghirlandetta che alza lieve la gonna alla danza è opera di pittore e ancor ripeto degna di un veneziano antico.

Ma non conviene a chì comprende lo spirito dei tempi che vanno ingluttabilmente al nuovo, tanto più se riguarda l’opera di chì dei tempi fu la luce più viva, arrestarsi a distinguere una parte dall’altra della sua opera, quando tutta è legata nell’unità delsuo stile.

Dobbiamo piuttosto gloriarci, se anche è doloroso il distacco dell’arte nostra del settecento e dell’ambiente luminoso, della nostra Venezia, che la nostra arte veneziana per la prima volta diventi, con Canova veramente l’arte italiana, come era stata gloriosamente di un sol nome e dominio per tutta l’Italia già con Giotto e con Michelangelo.

Eppure lasciateci godere nel vedere il giovane scultore tenuto dai veneziani a Roma con la piccola pensione del Senato nella casa nostra di Palazzo Venezia a Roma, difeso, incoraggiato dal nostro ambasciatore Zulian (e la bontà del signori veneziani che sempre rispettarono la libertà dell’artista rafforzarono in lui lo spirito nativo di indipendenza e di finezza che anche come uomo lo faranno grande, davanti ai potenti: gli stava davanti Tiziano con Carlo V.) e il giovane scultore giunge con l’aiuto del nostro Volpato bassanese, l’incisore sovrano, e prima e poi con la protezione dei nostri Rezzonico ad innalzare i monumenti ai due Papi ai Santi Apostoli e in San Pietro, dove nel più alto compito della scultura sfolgorava la gloria del Berniui. Egli è veduto così dai Veneziani e con l’aiuto dei Veneziani tramutarsi in una gloria d’Italia. E la nuova arte italiana si celebra con lui a Venezia quando il-Canova scolpisce nel 1795 la grande pietra. onoraria con la corona della vittoria e della morte per l’ultimo eroe repubblicano Angelo Emo, l’amiraglio; ma, pur onorandola con la medaglia d’oro l’intuizione dei. Veneziani sente che quell’opera di nuova arte italiana disdirebbe nelle sale di Palazzo dei Dogi e la collocano all’arsenale.

Da coteste sue bellissime stele funerarie, d’alta, greca semplicità, dove piange la Musa, o piange l’Amicizia, e in una piange Padova personificata, trae il Canova, quando i tempi sono maturi, il suo primo progetto, che è vanto di cotesta Oipsoteca, del monumento all’Alfieri, dove piange personificata l’Italia.

Non è negli esempi della classicità cotesto pianto, cotesto diffuso languore che curva le sue donne sulle tombe, nè la malinconia che discorre per tutte le membra dell’ignudo amore, ma è sentimerto cristiano e nostro di italiani, fatto più acuto in quel risveglio dell’anima nazionale, è come nel Foscolo, come disse il Carducci, il senso di Mimnermo che si sposa al pianto del Petrarca.

Come è già idelmente romantica questa nostra classicità ; qual differenza nelle nudità classiche del Canova e in quelle, fatte per bravura o per moda, dal nordico Torvalsen, quanto sovrasta nell’italiano l’idealità che sembra veramente rivelar « misteri di inesplorati elisi ». Tosto che un nostro Monsignor Priuli, suggerisce al Canova il soggetto della Maddalena, le bellezze della nudità femminile convergono, senza sforzo, nella loro purità, alla esaltazione della bellissima convertita, della santa; e ne nasce, per l’uomo di fede, una delle statue più belle che susciterà per prima l’ammirazione, anche nella capitale di Francia. Ma un altro e ben più alto senso ebbe ed ha la nudità dell’arte per noi Italiani e l’ebbe per Canova. Quando davanti a Napoleone — e rimane nella storia d’Italia tra i primi e più cari ricordi del nostro nuovo spirito di indipendenza, il colloquio tanto dignitoso e ardito del veneziano col Primo Console — il Canova rifiuta di ritrarlo coi calzoni e con gli stivali alla francese, perchè il linguaggio della scultura è il sublime e il nudo e quando poi nell’Imperatore e nel Re d’Italia, celebra l’eroe romano, l’Augusto ignudo come Giove che stringe in pugno la vittoria, egli rinnega il dominatore francese perché sia, come era nei voti dei patriotti, soltanto italiano e nella nudità sublime esalta l’alto ideale della nazione che vivrà sempre nel ricordo di Roma:

Passa l’imperator Romano
del divo Giulio erede, successor di Traiano
in cospetto all’aquila l’animi ed i vessilli
d'Italia s'inchinarono e Cesare passò.

Rimane senza storia sepolto in Inghilterra l’originale marmoreo scolpito dal Canova per Parigi, ma la sua fusione in bronzo nel Cortile di Brera a Milano è la prima e la più alta affermazione del Regno d’Italia di quello, che se anche fu un solo titolo vano, fu una sacra promessa per noi.

Si dolgono i critici, specialmente gli stranieri, come di un traviamento della natura idillica elegiaca del Canova, e noi diremo veneziana e settecentesca, per coteste espressioni di forza; ma esse sono per l’Italia il nostro primo orgoglio; sono la forza e la violenza più necessarie a noi allora e ancora della Poesia ; e l’Ercole e Lica, prima che un possente artistico, è il simbolo voluto dal popolo nostro che sorge enorme a romper le catene e lancia lontano oltre mare e sfracella ogni lascivia sia pur dolce nell’arte, che ci teneva prostrati e servi. E nella Roma imbelle, sorgono incitamento dove si compì il saccheggio, che vendicherà il Canova, a minaccia, formidabili i lottatori della nazione.

Sia nostro orgoglio, o veneti, l’aver dato alla nuova arte della nazione italiana il suo primo eroe; sia pur che, non per vivere nel tumulto dei tempi ma più felicemente per sognare fantasmi d’amore tra noi egli fosse nato. Egli si aveva scelta, a memoria della prima sua cara Euridice possagnese, e la pose nel suo stemma, la cetra d’Orfeo, ma quando fu necessario la spezzò. Ma a Possagno, in questa sua piccola terra, trovò ‘fuor del mondo il luogo per sognare in pace e Possagno gli diede il più dolce ristoro, quando dai tumulti della vita, dai disastri della patria grande, egli qui veniva e l’accoglievano i contadinelli a cavallo col capo incoronato di fiori e i cavalli adorni dei rami d’alloro e se egli tutto diede a questa terra, e il tesoro ingente a milioni accumulato dal lavoro e il tempio e i modelli dell’arte, se qui volle la tomba e per essa come Tiziano preparò la santa deposizione, ne ebbe poi sempre in cambio quell’indefettibile amore, che ‘ancor dura perenne. Ben poco sarebbero valsi nel disastro recente gli aiuti che non risparmiò, e ne va data lode, il Ministero delle Terre Liberate, se qui sin dagli anni della giovinezza non fosse cresciuto al culto del Canova un artista preclaro quanto modesto, il professore Serafin conservatore della gipsoteca che insieme al valente figliuolo da lui educato canovianamente alla pratica dell’arte, seppe a tanta rovina por riparo con incredibile pazientissima abilità.

Quando l’invasione nemica arrivò! sino. al prossimo Piave, chi con senno e ardimento, nell’esercito nostro, aveva cura della difesa delle opere d’arte, Ugo Ojetti, tutto il possibile fece, quando già le granate del cannone nemico scoppiavano e demolivano qui intorno, per mettere in salvo e dar a noi modo di portar lontano quel che di più raro vantava questa raccolta, come i bassorilievi non mai riprodotti — e vi sono quelli fatti per l’asilo delle scuole Rezzonico di tanta umana gentilezza che bene dovrebbero esser maggiormente conosciuti e ammirati — e le crete e i modelli primi, per la conoscenza dell’arte del Canova preziosissimi; ma rimanevano, carico intrasportabile ingente e fragilissimo, tutte le grandi statue.

Un colpo di cannone nemico, fece rovinare le volte di questa sala e quel che è peggio il sacrario rimase aperto e poco custodito. Il pericolo che sovrastava facea parer ogni cosa prossima a rovina, e inesorabilmente tutto è di tutti dove di nessuno è la vita e il domani.

Quanti di quesi busti furono trovati, a guerra finita, abbandonati nelle case di campagna ‘e nelle trincee; dove li avevan portati i soldati a confortare di quelle vaghe immagini le vigilie tormentose! Non una statua era qui rimasta intatta e or ne vediamo, lante così bene riparate che del danno è scomparso quasi il ricordo. Ma l’opera non è compiuta, di molte mutilate si dovrebbero ottenere per ricomporle dei calchi parziali e da raccolte nostre e da raccolte straniere; ma è difficile perchè i marmi di Canova sono deliziosi anche nella patina, come i marmi antichi. Abbiamo qui il gruppo delle Grazie, che, nell’originale marmoreo più bello, è all’Eremitage di Pietroburgo. Si dovrebbe qui riesporlo mutilato, come esempio dell’opera che dobbiamo .compiere ; e perchè è pur oggi suggestiva l’evocazione delle vergini dee, delle suasive domatrici sante degli uomini, dei « duellanti a predarsi », o « sul vinto orso rissosi », quelle che il nostro poeta civile cantava sul colle di Bellosguardo sopra l’ara della pace « e un fatico laureto, in cui men verde serpeggia la vite la protegge di tempio » che nel modello originale del Canova furono qui sotto il piombo nemico decapitate e lassù in Russia, certo non hanno conforto di culto sopra l’ ira umana.

Reggeva nella destra protesa la statua ignuda di Napoleone, del Cesare nostro, la piccola Vittoria dorata. Non scomparve essa forse, ditemi voi gelosi custodi che Ja ricercate, nel solstizio eroico di giugno o nell’ottobre ultimo fatale al nemico, quando accorreva la gioventù d’Italia alla vendetta e alla gloria sul Piave? Entrò qui dentro; lo sentiamo nel nostro cuore, bello come cotesti giovani idii, ma la nera chioma selvaggia e serpentina parea la Medusa, e gli occhi fiammanti quei del leone, certo entrò qui l’ardito d’Italia e strappò al colosso la vittoria d’oro.

Di là dal Piave o nel fiume di sangue ei la porto.

Sola cotesta piccola emblematica vittoria avea foggiata il Canova, poiché di tante esaltate al suo tempo dalla tromba guerriera, nessunà era la vittoria d’Italia.

Or ei la scolpirebbe alta come il colosso di Olimpia che nella sua Religione egli voleva sorpassare, più bella di quella di Brescia, volante come quella di Samotracia, capace, come il suo tempio, di dominar la montagna.

Ai nuovi scultori d’Italia egli insegni ‘a levarsi, per il compito grande, all’altissimo stile, e qui li richiami a spogliarsi di tutto ciò che è piccolo e volgere e a sentir la bellezza ‘nel suo fulgore d’idea.

Dopo il discorso del Comm. Fogolari il Generale Malladra porto l’adesione dell’Esercito italiano esaltando in Canova il fermo è generoso patriotta.

Il Ministro e le altre Autorità e Rappresentanze si recarono quindi a visitare la Gipsoteca; S. E. Anile ne varcò per primo la soglia spezzando ll nastro tricolore steso di traverso.

Mentre si compiva la cerimonia civile e mentre le Autorità ed il pubblico salivano al Tempio per assistere al rito religioso e mentre questo si iniziava, una squadriglia di velivoli del campo di aviazione di Padova pilotati dai capitani Pastore, Feugier e dai tenenti Urbinati, Grandinutti ed Orlando volteggiarono a bassa quota attorno al Tempio e lasciarono cadere una corona d’alloro con nastri tricolori, una nube di manifestini inneggianti a Canova, al Tempio, a Possagno ed ai ricostruttori delle Opere di Canova Prof. Stefano e Siro Serafin ed insieme i due seguenti messaggi degli Aviatori Italiani :

« PER ASPERA AD ASTRA -— SUL PIAVE E SUL GRAPPA — DAL CIELO DI POSSAGNO NEL DÌ 11 LUGLIO — CENTENARIO DALLA MORTE DI ANTONIO CANOVA — A TE — 0 BEATA TERRA — CUI L’ALA POSSENTE DEL GENIO ITALICO — HA RESO CELEBRE NEL SECOLI — A TE — PATRIA DEL GRANDE CANOVA — MANDANO OGGI IL SALUTO FESTANTE — LE AL] TRICOLORI D’ITALIA — CHE SANNO TUTTE LE VIE DI QUESTO CIELO — SACRO ALLA GLORIA ED ALLA VITTORIA. »

e l’altro :

« AGLI OSPITI ILLUSTRI — AI CITTADINI DI POSSAGNO — CHE COMMEMORANO OGGI UNA TRA LE PIÙ FULGIDE GLORIE DELL’ARTE — GLI AVIATORI D’ITALIA MANDANO IL LORO SALUTO DALLE VIE DI QUESTO CIELO RADIOSO — CHE TUTTE GUARDANO A ROMA MADRE. »

Giunsero da ogni parte d’Italia moltissime adesioni : ricordiamo quella del Ministro delle Terre Liberate senatore Maggiorino Ferraris, dell’on. Merlin, Sottosegretario per lo stesso Dicastero, del Direttore Generale delle Belle Arti Comm. Arduino Colassanti, dei Senatori Luzzatti, Indri, Molmenti, Fradeletto, degli On. Deputati Ferrarese, Giuriati, Frova, del Capo di S. M. del R. Esercito Gen. Vaccari, del Prof. Sturzo Segretario del P. P. I, della città di Torino, dell’Ateneo di Treviso, di cui fu socio il Canova. Il Generale Luigi Cadorna scriveva al Sindaco in data 7 Luglio: «il mio pensiero sarà in quel giorno con Loro, fra codesti amenissimi colli, al piede del sacro Grappa, la cui strenua difesa ha salvato con Possagno l’Italia tutta dalla contaminazione nemica ».

Il solenne rito religioso pontificato da Mons. Celso Costantini cominciò dopo le dieci antimeridiane. Mentre entrava il corteo prelatizio la Schola contorum del Duomo e quella del Seminario di Treviso unite sotto la direzione del Maestro Don Giovanni D’Alessi, cantarono l’ « Ecce Sacerdos » del Vittoria. Seguì la « Missa Brevis » del Palestrina e negli intervalli furono cantati motetti di Orlando di Lasso. del Viadana e del Palestrina stesso, tutto con accuratezza e precisione veramente ammirabili. Terminato il Pontificale Mons. Costantini lesse dal pulpito con voce chiara e solenne il discorso commemorativo :

DISCORSO DI MONS. COSTANTINI

Quando nel 1816, stavano per rientrare in Roma i capolavori d’arte che Antonio Canova aveva recuperato a Parigi — dove li aveva trafugati Napoleone I — tutta Roma fu scossa da un fremito di gioia e di orgoglio ; e, quantunque si volesse evitare ogni dimostrazione, pure una gran folla si riunì intorno al Vaticano e gridava: « Viva Antonio Canova ! »

Oggi, o Signori, si compie un secolo dalla posa della prima pietra di questo magnifico tempio. E il ricorrere di questa data memoranda, specialmente dopo l’infuriare della guerra che su questi monti giunse all’estremo della violenza e della distruzione e minacciò di ridurre in un cumulo di rovine il tempio Canoviano, commove i nostri cuori con un impeto di gioia, tocca in un modo tutto speciale la vostra fine sensibilità, o figli di Possagno ; e noi tutti innalziamo l’omaggio della nostra riverenza e gratitudine alla memoria del grande artista e del grande cristiano ; e vorremmo ripetere il grido del popolo romano : « Viva Antonio Canova! »

Questa è una luminosa festa dell’arte e della fede; questa è per voi, o concittadini di Canova, una vera e grande festa di famiglia.

E per commemorare degnamente il natalizio di un tempio, bene avete fatto voi, o Signori, a volervi associata la maestà del rito; bene avete fatto a tradurre il vostro sentimento in una preghiera di ringraziamento a Dio, in un suffragio per l’Anima grande che volle donarvi questo tempio.

Così l’imagine materiale si trasforma nella splendida imagine liturgica e il tempio diventa una beata visione di pace. Beata pacis visio !

È un grande onore per me prender parte a questa grande commemorazione. Solo mi dolgo che la mia povera parola sia troppo inadeguata all’altezza del soggetto.

Permettetemi un ricordo personale che pur si lega ai recenti ricordi che hanno scavato un solco nell’anima vostra. Erano i primi di novembre del 1917. Il nostro esercito era spezzato e ripiegava, incalzato dal nemico. Io fui mandato qui dal Comando Supremo assieme ad un tenente per veder di ricuperare in tutta fretta quello che vi era di più prezioso nel tempio e nella gipsoteca. Con mani tremanti, con la morte nell’animo, spiccai la Madonna del Pordenone, involsi e incassai i bozzetti originali del Canova, raccolsi le memorie più sacre. La gente terrorizzata fuggiva. Ma salivano i nostri soldati, riordinati, per rafforzare la difesa del Grappa. L’immensa tragedia pesava, come un mostruoso incubo, sulle anime nostre, che pur volevano nutrire una disperata speranza. A tarda sera partii da Possagno, e diedi un’ultima occhiata al tempio, candido e solenne, ergentesi come imagine di forza e di fede tra le tenebre della triste sera, tra le tenebre di una vasta agonia di anime.

Oggi il tempio splende non solo nella luce sfolgorante della fede e dell’arte, ma splende aureolato dalla pace vittoriosa, da quella pace che hanno saputo conquistare i nostri fratelli morti sul Grappa.

A. loro, a tutti i morti sugli altri fronti, che hanno salvato questo tempio, che hanno resa piena e pura la santa letizia di questo giorno, vada il nostro memore pensiero, vada il nostro ringraziamento.

Quanti giovani sono passati per Possagno andando sulle estreme linee di difesa e non sono più ritornati…

Mi sembra che Canova stesso oggi ci dica :
« Sì, accetto il vostro omaggio e il vostro ringraziamento! Io ve l’ho donato il tempio. Ma i vostri fratelli e i vostri soldati, che sono caduti per difendere questo suolo, ve lo. hanno salvato e ridonato.

Abbracciate adunque anche la. loro memoria in questo rito di religiosa letizia e di santi suffragi ». i

Ieri, quando passai col Santissimo davanti la tomba di Canova, pensai che le sue ossa e quelle del fratello avessero veramente un fremito e che il grande scultore fosse beato dell’altezza a cui la santa liturgia eleva il significato di questa commemorazione: Regi seculorum, immortali et invisibili, soli Deo honor et gloria.

Quando uscii per il gran viale, mi parve che una moltitudine di morti si inginocchiasse sulle cime dei monti: erano i nostri fratelli caduti, ed erano con loro, affratellati senza più ombra di odio, i nemici di ieri, e tutti adoravano Cristo, che non è il Dio dei morti, ma che è il Dio dei vivi, perchè davanti a lui non esiste la morte.

Così questa cerimonia, o signori, quantunque riguardi il passato, è tuttavia un grande rito di vita. i

Se noi guardiamo addentro, con occhio acuto e indagatore, nella vita di Antonio Canova, ci troviamo in presenza di un dramma spirituale, di un occulto dissidio che sdoppiava l’austerà e serena personalità in due distinti aspetti.

Egli è un cristiano semplice e profondo; ha conservata viva dell’anima la fiaccola della fede che vi avevano accesa la madre e il timorato e austero nonno ; la sua anima, pur tra il tumulo e le lusinghe del mondo e della gloria, è rimasta candida come l’anima di tutti i buoni figli di Possagno.

Come scultore, invece, fu detto artefice di numi. Si nutrì di idee classiche, seguendo la moda del tempo, e trasse ispirazione per la sua arte dai soggetti della mitologia pagana. Non credeva alla mitologia, naturalmente : ma ricorreva ai soggetti della mitologia per trovare le più alte forme della bellezza…

La fede pura e semplice e l’amore per la forma della bellezza greco-romana creano questo dramma nell’anima del Canova; ed egli, quando sta per chiudere la carriera mortale, sente più acuto questò intimo dissidio, e vuol confortare la propria anima con una solenne professione di fede.

Il cristiano prende il sopravvento sull’artista. E mi par di vedere il Canova, già stanco e vecchio, che allontana da sè i fantasmi pagani e si raccoglie davanti a Dio e gli dice: « Signore, ti ho sempre amato ; ho celebrato la bellezza che è pure un riflesso della tua infinita perfezione ; non ho celebrato il paganesimo. Ora dammi la grazia ch’io possa rendere una degna testimonianza alla fede… »

Così sorge in lui il pensiero di erigere nella basilica di S. Pietro una statua colossale della religione. Ma per fortuna il disegno, generoso sì, ma rettorico e per nulla pratico, trova una risoluta opposizione nei canonici di S. Pietro. Non trova favore presso i rettori d’altre Chiese di Roma.

Dio aveva stabilito che questo supremo voto dell’anima di Canova assumesse forme più nobili, più vive, più grandi. Possagno domanda al suo figlio prediletto un aiuto per restaurare la chiesa parrocchiale. E allora Antonio Canova concepisce, il grandioso disegno di edificare questo tempio. E quasi presentendo vicina la morte, ha fretta di prepararne i disegni che l’amico architetto Selva e il Bosio tracciano con sicura mano, seguendo il pensiero ispiratore del maestro.

Giovanni Zardo di Crespano, detto Fantolin, sarà l’intelligente esecutore del :grandioso lavoro..

Intanto Canova completava il voto del tempio modellando il gruppo della Pietà, che è il suo ultimo grande lavoro, gruppo mirabile per la composizione e per il sentimento, anche se meno persuasivo per il suo fare classicheggiante. Così la sera di questa nobilissima vita si conclude irradiata dalla grande luce della fede, il sogno del gran tempio, la visione del dramma divino di amore e di dolore, in cui Maria raccoglie sul grembo il capo del Figlio che ha compito sulla croce, col proprio sacrificio, il riscatto dell’umanità.

La posa della prima pietra è avvenuta un secolo fa, e precisamente l’11 luglio 1819. La guerra ha fatto protrarre di tre anni l’anniversario : ma ciò importa ben poco.

Risaliamo col pensiero a quella serena e santa festa.

Antonio Canova era arrivato a Possagno nel giugno. Già erano cominciati i lavori per la spianata del sito dove doveva sorgere il tempio, per l’adunata dei materiali, per l’escavo delle fondamenta. Il Canova fece rifare le fondazioni portando più in su il tempio perchè potesse meglio dominare il paesaggio. Tutto il paese prendeva parte alla grande impresa offrendo prestazione d’opera e lavorando tutti, giovani e vecchi, donne e uomini.

Il 5 luglio egli scrive all’amico d’Este, a Roma: « La giornata di ieri fu la più deliziosa che in passato siasi veduta nel contemplare lo spettacolo commovente di questa buona popolazione: donne, giovani e vecchi, con fervore ammirabile si prestano all’adunamento dei materiali… Se foste qui, piangereste nel vedere l’entusiasmo religioso di queste donne e uomini ». Più che cento ragazze del paese, vestite a festa, inghirlandate di fiori, si erano sparse a coppie per i colli e con le slitte trasportavano i materiali. L’arte ‘antica ha rappresentato nel fregio di Partenone le panatenaiche, cioè le fanciulle di Atene che offrono alla Dea Parthenos un velo: qui, un rito più rustico, ma più sincero, più vivace, un atto d’offerta fatto dalle ragazze del paese con profondo senso cristiano presiede alla nascita di questo tempio. In memoria di questa generosità Canova istituì un legato nuziale ad alcune ragazze.

Il giorno 11 luglio seguì la cerimonia della posa della prima pietra.
E fu una festa piena di pura gioia, di espansione fraterna e di significato religioso e patriottico. Canova, rivestito delle insegne di cavaliere di Cristo, volle anche con l’abito esterno significare il carattere del voto. La sua figura aureolata dalla gloria, vicina al Clero, mescolata a quella moltitudine che amava e venerava il proprio grande concittadino, dava alla cerimonia un alto carattere, rendeva visibile e sicuro il gran sogno del tempio. Qualche cosa di grande stava per nascere, e il sacro rito della Chiesa benediceva a quella nascita.

Canova aveva distribuiti dei doni ai compaesani. Tutti erano commossi ed esultanti come per una grande festa di famiglia. Le campane squillavano; il paese era adorno di archi e di festoni d’alloro come oggi; le autorità religiose e civili erano intorno al Canova: i fanciulli saltavano; gli uomini esaltavano il cuore del loro compatriotta ; le donne pregavano e piangevano…

Signori, chi erano quei buoni popolani? Erano i vostri padri, erano i vostri nonni. Il sangue che fa battere i vostri cuori è lo stesso sangue che fece palpitare di gioia i loro cuori.

Quante volte i vostri vecchi raccontarono ai figli, nelle lunghe serate invenali, quella sagra magnifica e unica; finchè il racconto si illanguidì un poco. Ma ecco che oggi, al volgere di un secolo, noi l’abbiamo rinverdito.

Canova fu ricondotto a Possagno, due anni dopo, in ottobre. E il popolo bagnò di sincere lagrime il feretro del grande figlio. Più tardi con degna pompa, egli fu seppellito nel proprio tempio, dove lo raggiunse poi il fratello, insignito della dignità episcopale.

 

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